SARAJEVO 1984, ORO PER HILDGARTNER E MAGONI

05 Gennaio 2026

Chi ha vissuto i giorni dei Giochi invernali dell’1984 a Sarajevo, per prima cosa ricorda la neve. Ne scese talmente tanta su quella che era allora la Jugoslavia, da stravolgere il programma (la discesa fu spostata di una settimana, ad esempio), da impedire i trasferimenti e addirittura da bloccare le forniture tra quelle che sarebbero diventate nazioni indipendenti solo qualche anno dopo. Sarajevo è la capitale della Bosnia, non certo ben collegata alle altre “regioni” della federazione, con le quali i rapporti non erano mai stati idilliaci.
In più, già si respirava la paura di quello che sarebbe successo: tutto ciò condizionò senza dubbio le performance degli atleti.
L’Italia vinse due medaglie, ma furono due splendidi ori. Il primo fu quello di Paul Hildgartner, già campione olimpico nel doppio 12 anni prima, e ora finalmente in grado di piegare lo strapotere dei tedeschi dell’Est. Comandò la sua gara dalla prima alla quarta manche lasciando solo le briciole agli avversari.
Il teatro del secondo oro azzurro fu la collina di Jahorina e il giorno il 17 febbraio, quando i Giochi viravano verso la conclusione.
Dopo la prima manche dello slalom femminile, Paoletta Magoni, ventenne di Selvino, era al terzo posto ex aequo con la francese Perrine Pelen, dietro all’altra francese Christelle Guignard e a Ursula Konzett, del Liechtenstein. Tutte racchiuse in 14 centesimi. Sulla gara calò una terribile nebbia, che però non condizionò l’azzurra. Uscì dal cancelletto come una furia e tagliò il traguardo con un tempo che nessuno riusciva a valutare, visto che era stata la prima a partire. Poi scese Pelen e impiegò un secondo in più di Paoletta. Poi Konzett, ancora più attardata. Si attendeva Guignard che però non arrivò mai. Uscita, forse a causa della nebbia. Così, nella sorpresa generale, Paoletta Magoni fu oro, divenendo anche la prima azzurra campionessa olimpica nello sci alpino.
Il personaggio più eccentrico di quell’Olimpiade fu senz’altro Bill Johnson, vincitore della discesa, fumatore accanito e forte bevitore di alcoolici. Si vantava di avere guidato per anni senza avere la patente. Fra le donne, spiccò la diciassettenne Michaela Figini, la più giovane sciatrice di quei Giochi, che vinse l’oro in discesa.
Nel fondo si mise in luce il “Grillo”, Maurilio De Zolt, che più passavano gli anni e più migliorava. Fu nono sia nella 15 che nella 30 km, nonostante avesse già superato i trent’anni. Fra le donne debuttò Manuela Di Centa, pronta a prendere l’eredità di un’altra grande fondista, Guidina Dal Sasso, mamma dell’attuale campionessa di ciclismo Elisa Longo Borghini.

SARAJEVO 1984, ORO PER HILDGARTNER E MAGONI

05 Gennaio 2026

Chi ha vissuto i giorni dei Giochi invernali dell’1984 a Sarajevo, per prima cosa ricorda la neve. Ne scese talmente tanta su quella che era allora la Jugoslavia, da stravolgere il programma (la discesa fu spostata di una settimana, ad esempio), da impedire i trasferimenti e addirittura da bloccare le forniture tra quelle che sarebbero diventate nazioni indipendenti solo qualche anno dopo. Sarajevo è la capitale della Bosnia, non certo ben collegata alle altre “regioni” della federazione, con le quali i rapporti non erano mai stati idilliaci.
In più, già si respirava la paura di quello che sarebbe successo: tutto ciò condizionò senza dubbio le performance degli atleti.
L’Italia vinse due medaglie, ma furono due splendidi ori. Il primo fu quello di Paul Hildgartner, già campione olimpico nel doppio 12 anni prima, e ora finalmente in grado di piegare lo strapotere dei tedeschi dell’Est. Comandò la sua gara dalla prima alla quarta manche lasciando solo le briciole agli avversari.
Il teatro del secondo oro azzurro fu la collina di Jahorina e il giorno il 17 febbraio, quando i Giochi viravano verso la conclusione.
Dopo la prima manche dello slalom femminile, Paoletta Magoni, ventenne di Selvino, era al terzo posto ex aequo con la francese Perrine Pelen, dietro all’altra francese Christelle Guignard e a Ursula Konzett, del Liechtenstein. Tutte racchiuse in 14 centesimi. Sulla gara calò una terribile nebbia, che però non condizionò l’azzurra. Uscì dal cancelletto come una furia e tagliò il traguardo con un tempo che nessuno riusciva a valutare, visto che era stata la prima a partire. Poi scese Pelen e impiegò un secondo in più di Paoletta. Poi Konzett, ancora più attardata. Si attendeva Guignard che però non arrivò mai. Uscita, forse a causa della nebbia. Così, nella sorpresa generale, Paoletta Magoni fu oro, divenendo anche la prima azzurra campionessa olimpica nello sci alpino.
Il personaggio più eccentrico di quell’Olimpiade fu senz’altro Bill Johnson, vincitore della discesa, fumatore accanito e forte bevitore di alcoolici. Si vantava di avere guidato per anni senza avere la patente. Fra le donne, spiccò la diciassettenne Michaela Figini, la più giovane sciatrice di quei Giochi, che vinse l’oro in discesa.
Nel fondo si mise in luce il “Grillo”, Maurilio De Zolt, che più passavano gli anni e più migliorava. Fu nono sia nella 15 che nella 30 km, nonostante avesse già superato i trent’anni. Fra le donne debuttò Manuela Di Centa, pronta a prendere l’eredità di un’altra grande fondista, Guidina Dal Sasso, mamma dell’attuale campionessa di ciclismo Elisa Longo Borghini.